Editoriale
Morte a Venezia
C'è qualcosa di straordinariamente letterario in ciò che è accaduto alla Fondazione Teatro La Fenice. Quasi che Thomas Mann - e dopo di lui Luchino Visconti - avessero scritto, con decenni di anticipo, una metafora perfetta per raccontare la fine di una collaborazione nata sotto cattivi auspici.
In Morte a Venezia, Gustav von Aschenbach è un artista consumato dalla propria ossessione, incapace di vedere la realtà che lo circonda, sordo agli avvertimenti, cieco di fronte all'evidenza. Venezia, con la sua bellezza decadente, cela un'epidemia che le autorità si affannano a negare. Aschenbach resta, ostinato, prigioniero di una visione distorta del mondo. E a Venezia muore.
Il parallelo con quanto accaduto è quasi imbarazzante nella sua precisione. Un direttore d'orchestra - figura che più di ogni altra dovrebbe conoscere il funzionamento di un'orchestra, la sua disciplina, la sua meritocrazia feroce - ha ritenuto opportuno affermare pubblicamente che in orchestra i posti si tramandino di padre in figlio. Un'affermazione che non regge al minimo esame della realtà: concorsi pubblici, commissioni, prove eliminatorie, semifinali, finali, periodi di prova di sei mesi. Un percorso che non ammette raccomandazioni, perché ogni nota è esposta, ogni lacuna è udibile, e nessun collega può suonare al posto tuo.
Come Aschenbach, questo direttore sembrava prigioniero di una visione estranea al mondo reale dell'orchestra, preferendo alimentare pregiudizi piuttosto che confrontarsi con i fatti. Come Aschenbach, ha ignorato i segnali. Come Aschenbach, la fine è arrivata a Venezia.
Qui la metafora cede il passo alla realtà. E a differenza delle autorità veneziane del romanzo, che occultano l'epidemia per non danneggiare il turismo, la Fondazione - dopo un lungo periodo di esitazione e una pesante atmosfera tra pubblico e lavoratori - ha dovuto prendere atto dell'evidenza.
Una realtà tutta da riscrivere, d'ora in avanti, ma con una consapevolezza ormai acquisita: chi amministra un'istituzione culturale di quella statura non può permettersi di affidare ruoli musicali apicali a chi dimostra di non conoscere l'ambiente che è chiamato a guidare.